Agricoltura Urbana: una storia ultramillenaria

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Capita sempre più frequentemente di vedere accostate tra loro le parole agricoltura e urbana, nonostante possa essere considerato un ossimoro. Infatti il concetto di agricoltura porta a immaginare gli spazi aperti senza interruzioni alla vista dell’orizzonte, calmi, incontaminati e senza la presenza di automobili. Mentre il concetto di urbano, di città, riporta subito alla mente la confusione, le macchine, i palazzi, il grigio asfalto che impera, l’inquinamento e l’assenza di orizzonte. 

Com’è possibile che l’agricoltura sia in città? Ovvero che l’agricoltura sia urbana ? 

Nel 2020 la tecnologia consente soluzioni inaspettate e inusuali fino a ieri:

  • luci a led,
  • coltivazioni idroponiche,
  • serre controllate sotto ogni aspetto utile alla vegetazione in capannoni industriali o dismessi,
  • microcoltivazioni domestiche in vasi intelligenti,
  • collegamenti via smartphone con app che monitorano e informano costantemente sullo stato di salute delle piante.

E se in alcune zone d’Italia si è in fase sperimentale o di sviluppo, in città come Berlino o New York ristoranti o supermercati vendono regolarmente i loro prodotti orticoli coltivati in serre cittadine super avanzate.

Musk, Kimbal Muk, il fratello del più noto Elon Musk, ha nel sangue lo stesso gusto per rivoluzionare ciò che sembra scontato nel mondo della produzione industriale e anziché concentrarsi sulle auto lo fa sulla produzione agricola con l’azienda Square Roots (https://squarerootsgrow.com/) il cui motto è:

Fattorie ultra locali, cibo ultra gustoso

Motto Square Root
Agricoltura Urbana: una storia ultramillenaria
Orto verticale Square Roots

Bella famiglia la Musk! Da soli, due fratelli hanno l’ambizione di gestire trasporti e alimentazione a livello planetario. Ci vedono bene, vedono lontano.

Nonostante anche in Italia ci sono nuove e innovative realtà legate come all’agricoltura urbana come Agrourbis a Padova, bisogna ricordare che questa non è solo tecnologia e futuro. Anzi. Infatti l’agricoltura urbana ha inizio quando l’umanità decide di abbandonare il nomadismo. Le prime città (si veda l’esempio di Uruk) hanno immediatamente sentito l’esigenza di avere a portata di mano i prodotti coltivati. E viceversa: gli agglomerati abitativi vicini alle coltivazioni sono diventati stabili grazie alla capacità stessa di coltivare. Non c’era più l’esigenza di rincorrere campi fertili.

Inoltre l’agricoltura urbana non era soltanto qualcosa che serviva per sopravvivere, infatti nell’antica Mesopotamia è stata introdotta anche la funzione di “bello”, tanto da entrare nella leggenda con i giardini pensili di Babilonia, forse un cenno nostalgico all’Eden per sempre perduto. 

E sempre nella storia passata, un pezzetto della proprietà era dedicato all’orto. Dai Romani al medioevo, dai monasteri, alla corte dei Re (Versailles è famosa per la Reggia non quanto lo sia e meriterebbe per i giardini mai eguagliati) dalla rivoluzione industriale con abitazioni per gli operai dotate di terreno da coltivare, fino agli orti di guerra dove rare e curiose immagini ci mostrano come anche piazza Duomo a Milano possa essere coltivata.

Agricoltura Urbana: una storia ultramillenaria
Orto di Guerra in Piazza del Duomo a Milano

L’orto è sempre stato alimentazione, farmacia e profumeria nel corso della storia umana. 

Ed oggi ancora le sue funzioni proseguono in città con potenzialità tralasciate: quelle sociali. È certo che l’orto sia inclusivo ed è sempre più diffuso il ritrovarsi fra cittadini e rallentare la propria vita frenetica, che scelgono gli orti sociali o fondano associazioni che li seguono assieme magari a chi è più svantaggiato, come scuole che in modo diretto riportano i bambini a conoscere i tempi della natura. Svariate ricerche indicano ad esempio, come la patata per i bambini sia solo ed esclusivamente quella fritta a bastoncino e non ne abbiano mai vista una nella forma originale di tubero. Che brave le nonne che le lavavano e le pelavano! 

L’agricoltura urbana una nuova fonte di sostentamento sufficiente?

Ma oggi possiamo considerare l’agricoltura urbana fonte di sostentamento sufficiente anche alla luce del cambiamento climatico in atto? 

La risposta è no. O meglio, non da sola. 

Può però portare a scelte sostenibili e a una maggiore consapevolezza sul cibo, sulla natura. Con conseguente modifica delle abitudini dei consumi e della gestione delle risorse del pianeta. 

Chi preferirebbe gustare un pomodoro prodotto a 1000 km di distanza da non si sa chi, invece di un pomodoro coltivato a metro zero, meno impattante dal punto di vista ambientale, visto che non viene trasportato utilizzando carburanti inquinanti? 

Pomodorini coltivati in orto da cucina (vaso Click&Grow)
Pomodorini coltivati in “orto da cucina” (vaso Click & Grow)

Molti ristoranti stellati lo sanno bene e possono essere volano di diffusione delle buone (semplici ed economiche) pratiche di agricoltura urbana.

Il futuro non sarà per tutti una lattuga coltivata in acqua che non ha mai visto il sole. Ma è corretto riflettere sul fatto che la popolazione mondiale è in costante aumento, mentre i terreni coltivati no.

Le piante sono più intelligenti di noi e da loro potremmo prendere esempio, per cercare l’intuizione e leggerne la cooperazione. Iniziando da un piccolo orto in balcone, con pazienza e senza fretta ritrovando il senso dell’agricoltura urbana nella nostalgia di uno spazio verde. 

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